Biennale College Danza 2021

Il documentario Biennale College Danza 2021 racconta l’esperienza di ventuno giovani danzatori – provenienti da vari paesi e con alle spalle diversi background coreutici – alla prima Biennale College Danza sotto la direzione di Wayne McGregor, coreografo di fama mondiale insignito dell’onorificenza CBE (Commander of the Order of the British Empire). Diretto da Alessandro D’Onghia, il film segue i giovani professionisti nel restaging di FAR, creato da McGregor nel 2010 su musica di Ben Frost e con il disegno luci di Lucy Car. La coreografia, ispirata al libro Flesh in the Age of Reason di Roy Porter, nasce da un’attenta indagine cognitiva sulle connessioni tra il funzionamento del cervello e la composizione del movimento.

Il riallestimento di FAR è stato coadiuvato da due figure dello Studio Wayne McGregor: il restager Davide Di Pretoro, che ha danzato alla premiere del balletto nel 2010, e la danzatrice Eileih Muir, in veste di direttore delle prove. La prima sfida intrapresa dai danzatori è stato l’apprendimento dello stile di McGregor, un vocabolario di movimento che fonde una forte base classica con una solida tecnica contemporanea. Dopo aver lavorato sull’intelligenza fisica del corpo con nuovi training tecnici, la coreografia originale è stata adattata ai corpi dei giovani talenti, un processo creativo in linea con la concezione di McGregor che pone al centro del lavoro la personalità del danzatore. Con grande rigore, i giovani protagonisti si sono appropriati del materiale coreografico di FAR senza snaturarlo nell’idea ma imprimendogli la propria “firma fisica”.

Biennale College Danza 2021 è un viaggio nell’universo creativo e performativo di Wayne McGregor, un racconto illuminato dall’energia di una nuova classe di danzatori professionisti, un ritratto della danza come allineamento esponenziale tra mente e corpo.

Silvia Mozzachiodi

The Heart Dances, un viaggio interdisciplinare e interculturale

The Heart Dances
The Heart Dances

The Heart Dances (2018), documentario diretto da Rebecca Tansley disponibile su Nexo+, segue i celebri ballerini cechi Jiří e Otto Bubeníček nella creazione di The Piano: the ballet, balletto in due atti creato per il Royal New Zealand Ballet e ispirato al pluripremiato film di Jane Campion, Lezioni di piano (The Piano, 1993). Ambientato nella metà del XIX secolo, il film racconta la storia di Ada McGrath, una donna muta trasferitasi con la figlia e il suo inseparabile pianoforte in Nuova Zelanda, data in sposa al ricco proprietario terriero Alistair Stewart e desiderata da George Baines, un uomo che ha stretto forti legami con la popolazione indigena dei Māori adottandone diversi usi e costumi.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la re-interpretazione coreografica di un film, per di più di grande successo, è un’operazione complessa che comporta un inevitabile confronto tra cinema e danza. Al di là della fedeltà del balletto alla trama del film, la vera sfida consiste nel tradurre in danza non tanto la storia, come accade frequentemente nell’adattamento di un romanzo, bensì le immagini cinematografiche, indubbiamente meno permeabili dal punto di vista interpretativo rispetto alla mera pagina scritta. Nonostante ciò il coreografo Jiří Bubeníček ha dimostrato una particolare sensibilità nel saper descrivere le emozioni e i sentimenti, una grande abilità nel tratteggiare con profondità la psicologia dei personaggi, in particolare nei passi a due, sempre intensi ed espressivi.

L’aderenza al film si riflette anche nell’atmosfera scenica realizzata da Otto Bubeníček, fratello gemello del coreografo. La scenografia, composta da due maxi schermi che attraversano in lunghezza il palcoscenico, riproduce la bellezza del paesaggio neozelandese immortalato nei video di Otto Bubeníček. Si tratta di una scelta importante che da un lato vuole materialmente integrare il linguaggio cinematografico all’interno della cornice teatrale e che dall’altro rispecchia una caratteristica peculiare del film: la presenza pregnante della natura.

Il documentario solleva un’importante riflessione sulla responsabilità della narrazione e sulle forme di rappresentazione delle identità culturali. Già nel film di Jane Campion, la raffigurazione dei Māori, popolo storicamente in forte opposizione ai coloni inglesi, era stata affrontata con impegno. Per non cadere in rappresentazioni stereotipate, la regista aveva scelto consulenti e attori Māori nel tentativo di creare una giustapposizione tra la loro cultura e quella europea.

Sulla stessa linea si pone The Piano: the ballet, almeno nelle intenzioni. Durante il processo creativo, Jiří Bubeníček è stato affiancato da Moss Te Ururangi Patterson, coreografo chiamato in veste di consulente Māori per offrire la propria visione su musica, design, costumi e coreografia. Nonostante la collaborazione sia iniziata sulla scia di un comune desiderio, ossia comprendere le altrui prospettive culturali per creare una fusione interculturale, ben presto il dialogo si è arenato di fronte al problema della rappresentazione scenica dei personaggi Māori, interpretati da ballerini del Royal New Zealand Ballet e non da artisti Māori.

L’incomunicabilità tra il Royal New Zealand Ballet e Moss Patterson nasce da una visione antitetica dello spettacolo. Mentre la compagnia pone l’accento sulla “finzione” della performance, dunque sull’interprete che scompare dietro il ruolo da interpretare, Moss Patterson pone la cultura come una realtà che va confermata nella sua essenza più profonda, anche all’interno di uno spettacolo. Ribadendo l’inaccettabilità di avere sulla scena “persone che fingono di essere Māori nel paese dei Māori”, Moss Petterson introduce un tema molto importante: l’imprescindibilità della produzione artistica dal contesto storico, sociale e culturale. Dopo settimane di confronti Moss Patterson, sentendo di compromettere la sua posizione di Māori, lascia la produzione. Prima di andarsene però ottiene un compromesso: i ballerini non rappresenteranno i Māori ma dei concetti che prendono ispirazione dalla cultura Māori.

The Heart Dances dimostra quanto la danza sia uno spazio d’incontro e di confronto interculturale, ma anche un’arena conflittuale dove rivendicare il proprio passato e competere per la rappresentazione della propria identità socioculturale. Narrare l’alterità non è mai un’operazione neutrale e astorica ma attiva costruzione delle identità.

Silvia Mozzachiodi

Sylvie Guillem: “Love and respect what you do”

Sylvie Guillem
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Lontano dall’arcoscenico che in passato ha incorniciato la sua danza come un’opera d’arte, Sylvie Guillem continua a brillare della luce intramontabile di una étoile o più semplicemente di un’Artista dal temperamento unico. Per la prima volta dal suo poetico addio alle scene – tenutosi a Tokyo il 31 dicembre 2015 allo scoccare della mezzanotte – la ballerina si racconta a Daniil Simkin, Principal Dancer dell’American Ballet Theatre e del Staatsballett Berlin, nella sua bellissima abitazione immersa nella natura.

Appassionante e tagliante, Sylvie Guillem non si limita a ripercorrere la sua carriera ma offre una serie di considerazioni molto profonde sulla danza, preziosi consigli estendibili a qualsiasi professione: l’amore e il rispetto per il proprio lavoro, il senso di responsabilità e la consapevolezza del proprio dovere, l’importanza di essere se stessi.

È un’intervista appassionante da cui traspare il profilo di una ballerina che nel corso della sua carriera, oltre ad aver ridisegnato le linee estetiche del balletto ed aver cancellato le divisioni tra “classico” e “moderno”, ha perseguito la propria visione artistica con coraggio e determinazione. È anche il ritratto di una donna impegnata per la tutela dell’ambiente, un “colibrì” che si batte per il cambiamento. Chi vedrà il video (disponibile su Dance Masterclass) capirà il perché…

Silvia Mozzachiodi