Dance On! – Oltre i limiti

Disponibile su arte.tv fino al 12 dicembre

Il documentario Dance On! – Oltre i limiti della regista Henrike Sandner racconta il momento più delicato della vita di un ballerino: il ritiro dalle scene. Una decisione soggettiva, ponderata, spesso ritardata o successivamente abbandonata, perché la danza nasce dal sacro fuoco della passione e rapidamente si trasforma in una scelta di vita, diventando una parte fondamentale, a volte persino imprescindibile, del proprio essere. Quattro grandi danzatori – Gesine Moog (Dance On Ensemble), William Moore (Zürich Ballett), Polina Semionova (Staatsballett Berlin) e Friedemann Vogel (Stuttgart Ballet) – condividono le proprie sensazioni e riflessioni sull’argomento, offrendo un racconto intimo e poco conosciuto, impreziosito dagli interventi di artisti come Marcia Haydée e Christian Spuck.

La danza, avendo come strumento d’espressione il corpo, è una professione non soltanto imprevedibile per il costante rischio di infortuni, ma soprattutto breve, per quanto notevolmente intensa. A quarant’anni, mentre gli altri lavoratori iniziano a trarre profitto dalla loro formazione ed esperienza, i danzatori devono fronteggiare l’inevitabile invecchiamento fisico. E così, all’apice della carriera il loro corpo, forgiato e temprato fin dalla giovane età, messo costantemente alla prova nella ricerca della perfezione, nella gestione della fatica e nella convivenza con il dolore, viene sfidato ancora più apertamente nel tentativo di preservare la perfezione tecnica conquistata duramente in giovinezza.

Ma il graduale indebolimento fisico è inversamente proporzionale alla crescita artistica, strettamente connessa alla ricchezza delle esperienze vissute sia sul palcoscenico che nella vita. Questo patrimonio risulta particolarmente interessante per molti coreografi che non si limitano a lavorare sui corpi ideali dei giovani danzatori. Tra questi spicca il nome di Jiří Kylián che, durante la direzione artistica del Nederlands Dans Theater, ha riorganizzato la compagnia in una struttura tripartita per rispecchiare le tre fasi della vita del ballerino: il NDT 1, l’ensemble principale; il NDT 2 per i giovani talenti; il NDT 3 per i ballerini con più di quarant’anni. Per Kylián la maturità artistica della terza compagnia, in termini di carisma, intelligenza fisica e profondità emotiva, ha rappresentato una fonte di ispirazione così grande da paragonare il processo creativo del coreografo allo scavo stratigrafico di un archeologo. Oggi una compagnia che promuove l’eccellenza artistica dei danzatori over 40 è il Dance On Ensemble di Ty Boomershine, contribuendo così a diffondere nel panorama della danza e nella percezione del pubblico la bellezza della diversità anagrafica.

Silvia Mozzachiodi

Anne Teresa De Keersmaeker e la danza nei musei

Foto di Anne Van Aerschot

Il desiderio della danza di portare la propria presenza anche al di fuori dei contesti teatrali incontra quello dei musei di ospitare nei propri spazi diverse discipline. Dal 23 novembre al 10 dicembre, nell’ambito del Festival d’Automne di Parigi, la coreografa belga Anne Teresa de Keersmaeker presenta al Museo del Louvre Forêt, un progetto museale-performativo site specific creato per una nuova generazione di undici danzatori in collaborazione con il coreografo Némo Flouret. Traendo ispirazione dai quadri italiani e francesi che costellano l’ala Denon, il lavoro sviluppa una riflessione sulla cultura visiva e sul regime moderno dello sguardo, sul corpo del danzatore in relazione alla pittura e all’architettura. La danza attiva risonanze, sviluppa un dialogo tra il cristallizzarsi del tempo, esemplificato dalle opere d’arte, e il fluire della vita, rappresentato dal movimento.

Forêt rappresenta l’ultimo e prezioso tassello di una ricerca intrapresa dieci anni fa da Anne Teresa de Keersmaeker ed incentrata sull’esplorazione della danza nei musei. Tra il 2011 e il 2012 la coreografa porta per la prima volta la sua scrittura coreografica all’interno di due istituzioni di rilievo: Violin Phase al MoMA di New York e Fase: Four Movements to the Music of Steve Reich alla Tate Modern di Londra. Le due performance, pur essendo eseguite in ambienti dove la fruizione dei visitatori è estremamente fluida dal punto di vista temporale e spaziale, conservano le convenzioni dello spettacolo performativo.

Nel 2015 Anne Teresa de Keersmaeker riprende la riflessione sulla trasposizione della danza dal Black Box (scatola scenica) al White Cube (spazio espositivo) introducendo un radicale cambiamento di prospettiva: può la coreografia diventare una mostra? Il risultato è Work/Travail/Arbeid, una re-interpretazione di Vortex Temporum (2013), uno dei suoi lavori più celebri su musica di Gérard Grisey, creata appositamente per il WIELS di Bruxelles. In questo caso, la riscrittura coreografica per il museo comporta l’adozione di una serie di codici temporali e spaziali che sono totalmente diversi da quelli del teatro. L’estensione temporale della performance ad un ciclo di nove ore, l’abolizione della frontalità e il superamento del confine tra danzatore e spettatore nella condivisione dello spazio introducono nuove possibilità di fruizione dell’evento performativo. I visitatori-spettatori, liberi di avvicinarsi per focalizzare l’attenzione sui dettagli o di spostarsi per cambiare il proprio angolo di osservazione, hanno un ruolo attivo nel determinare la propria esperienza. Nel corso degli anni Work/Travail/Arbeid è stato riadattato per il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Modern di Londra (2016), il MoMA di New York (2017), il Mudam di Lussemburgo e il Volksbühne di Berlino (2018).

Nel 2019 The Dark Red Research Project segna una nuova fase improntata alla sperimentazione e creazione di un linguaggio coreografico specifico per gli spazi museali. Presentato per la prima volta all’M HKA di Anversa, il progetto cambia a seconda della cornice nella quale si inscrive: il Kolumba di Colonia (2020), la Fondation Beyeler di Basilea e il Louvre-Lens (2021), la Neue Nationalgalerie di Berlino (2022). Ogni museo, portavoce di una propria storia e cultura, attiva differenti strategie relazionali e pertanto diversi meccanismi di allestimento coreografico che reinterpretano le collezioni e l’architettura delle varie istituzioni.

Silvia Mozzachiodi

Color of Reality

Color of Reality è un cortometraggio nato dalla collaborazione tra Jon Boogz, coreografo e regista interessato ad esplorare linguaggi artistici e tematiche sociali, e Alexa Meade, artista famosa per uno stile di pittura che trasforma la realtà tridimensionale in una rappresentazione apparentemente bidimensionale. Realizzato nell’incandescente società americana del 2016, il film affronta i temi della brutalità della polizia, dell’ingiustizia razziale e delle violente controazioni impiegando la danza quale strumento di contestazione sociopolitica.

I danzatori Lil Buck e Jon Boogz interpretano due cittadini afroamericani seduti nel proprio salotto e paralizzati dalle cronache di violenza che saturano i notiziari televisivi. Di fronte alle orribili immagini che scorrono davanti ai loro tristi occhi, l’iniziale immobilità si trasforma in una danza che vuole essere un grido di dolore, un atto di denuncia, un invito all’azione. Usciti dalla sicurezza del focolare domestico, i protagonisti si scontrano con la cruda realtà, ovvero con l’ostilità e l’indifferenza di una società che, ancora nel XXI secolo, giudica il prossimo per il colore della pelle. Poiché il razzismo è “monocolore”, i corpi dei due danzatori sono dipinti con un tripudio cromatico che riflette la bellezza di un mondo variopinto. Nel finale la realtà, come prefigura il titolo d’apertura del film, si tinge di rosso con due colpi di pistola e i corpi senza vita dei due ragazzi in strada.

In Color of Reality la danza dimostra l’universalità del proprio potere comunicativo ed emozionale che, scavalcando le barriere linguistiche, diffonde con inequivocabile incisività un messaggio di uguaglianza e giustizia. Premiato da Great Big Story della CNN con “Art as Impact Award” ed incluso nella cerimonia per i Freedom Awards del National Civil Rights Museum, oggi il cortometraggio è mostrato nelle scuole americane. La speranza è di sensibilizzare le nuove generazioni a diventare i grandi protagonisti di un futuro finalmente libero da discriminazioni, pregiudizi e brutalità.

Silvia Mozzachiodi