Mayerling, il lato oscuro del balletto

In diretta al cinema dalla Royal Opera House di Londra mercoledì 5 ottobre con protagonisti Ryoichi Hirano e Natalia Osipova

Ryoichi Hirano e Natalia Osipova

Sir Kenneth MacMillan è stato il coreografo che ha profondamente rivitalizzato il balletto narrativo portando sulla scena la vita reale, anche nelle sue tinte più cupe e tenebrose. A trent’anni anni dalla sua morte, avvenuta il 29 ottobre 1992, la Royal Opera House di Londra rende omaggio alla sua memoria riportando sia in scena che al cinema un must della sua carriera: Mayerling, balletto in tre atti su musica di Franz Liszt nell’arrangiamento di John Lanchbery e con le scene e i costumi di Nicholas Georgiadis. Creato per il Royal Ballet nel 1978, Mayerling è tra i titoli più oscuri del repertorio di Kenneth MacMillan.

Ispirato dalla lettura del libro The Eagles Die di George Marek (1974), il balletto ha per soggetto un evento storico che, simbolicamente, ha prefigurato la fine dell’Impero austro-ungarico: l’omicidio-suicidio del Principe ereditario Rodolfo d’Asburgo-Lorena – figlio dell’Imperatore Francesco Giuseppe I e dell’Imperatrice Elisabetta – e della sua giovane amante Maria Vetsera nella tenuta di Mayerling, non lontano da Vienna. Rispetto al romanticismo delle versioni cinematografiche di Anatole Litvak (1936) e di Terence Young (1968), il coreografo non solo ha rappresentato senza attenuazioni il lato oscuro di Rodolfo ma ha raccontato senza sentimentalismi la storia dei due amanti, spinti a morire insieme non perché avversati dall’odio delle rispettive famiglie come in Romeo e Giulietta, altro grande capolavoro di MacMillan, ma perché intrappolati dalle loro condizioni fisiche e psicologiche.

Il libretto, redatto dalla sceneggiatrice Gillian Freeman a seguito di un’ampia documentazione storica, ripercorre con ritmo frenetico gli inesorabili eventi che nell’arco di otto anni hanno condotto Rodolfo alla tragedia di Mayerling: dall’infelice matrimonio con la Principessa Stefania del Belgio al vorticoso decadimento fisico e mentale. Fondamentali nello sviluppo drammaturgico della storia sono le relazioni con le donne: l’Imperatrice Elisabetta, una madre anaffettiva che sfugge ad ogni abbraccio; la Principessa Stefania, vittima dei tradimenti e delle umiliazioni; la Contessa Larisch, ex amante che gli procura le ragazze; la prostituta Mitzi Caspar, amante fissa dalla quale contrae la gonorrea; infine Maria Vetsera, una ragazza ambiziosa e impulsiva che ha romanticizzato l’idea della morte come atto supremo di amore o di sfida.

Ryoichi Hirano e Natalia Osipova

La scrittura coreografica di Kenneth MacMillan è un flusso di sentimenti, pulsioni e inquietudini, sviluppati dal coreografo con drammatica crudezza. Le emozioni vibrano sui corpi dei danzatori-attori i cui movimenti, per quanto esteticamente seducenti, si tingono di un cupo realismo, rispecchiando la psicologia dei personaggi. Momenti chiave della coreografia sono i passi a due, senza dubbio tra i più audaci della storia del balletto da un punto di vista emotivo e tecnico. Nessuno di essi esprime un amore puro e romantico, bensì una morbosa lussuria impregnata di disperazione e frustrazione. Tra questi spiccano il passo a due della prima notte di nozze con la Principessa Stefania, particolarmente feroce nella battente concatenazione dei sollevamenti, e quello con Maria, quintessenza di una passione irrefrenabile.

Rodolfo è uno dei ruoli maschili più complessi del repertorio del Novecento, non soltanto per il virtuosismo tecnico e per l’ingente sforzo fisico – il ballerino è quasi sempre in scena dall’inizio alla fine – ma soprattutto per la complessità psicologica del personaggio: un uomo dal lato oscuro, pieno di ossessioni e di eccessi, segnato dalla rigida educazione militare e schiacciato dal conflitto con il padre; pressato dagli intrighi politici dei magiari; debilitato dalla malattia e dalla dipendenza dalla morfina. Sullo sfondo della sua vita troneggia la corte viennese, un ambiente decadente e vizioso che il coreografo pone in risalto all’inizio di ogni atto mediante una scena d’insieme che descrive non solo usi e costumi, ma anche tensioni e cospirazioni.

Al di là delle innumerevoli scene virtuosistiche, il genio di Kenneth MacMillan è ben sintetizzato dalla scena finale. Rodolfo, sfregiato nei movimenti dalla malattia, vive con Maria i suoi ultimi e flebili slanci di passione fin quando la musica si interrompe. I due amanti prendono la pistola e, dopo un ultimo bacio, si avviano dietro il divisorio della camera, accompagnati dal suono funesto di un tamburo che richiama un’esecuzione. In un clima di suspense, la musica prende possesso della scena con un crescendo che culmina nel rumore di uno sparo e nella visione di un’ombra che cade. Poco dopo un secondo colpo di pistola: è Rodolfo che nella caduta si trascina dietro il divisorio, rivelando così al pubblico i due corpi. La dinamica della scena è così perfetta da sembrare una vera e propria sequenza cinematografica.

Silvia Mozzachiodi