Anna Halprin: una vita per la danza, una danza per la vita

Anna Halprin
Anna Halprin

Il vero teatro non è solo quello che c’è sul palco. Il vero teatro è pensato per aver luogo nella tua mente e nel tuo cuore, dove troverai le tue esperienze.

Anna Halprin

La scorsa settimana è stata funesta per il mondo della danza. Lunedì 24 maggio, oltreoceano, si è spenta all’età di cento anni la danzatrice e coreografa Anna Halprin, figura cardine che ha rivoluzionato la scena americana del secondo Novecento esercitando una profonda influenza sulla generazione della post-modern dance. Una vita intera dedicata alla danza, reinventata nello spirito e nel senso, esplorata in termini di esperienza e percezione al di là della sua dimensione spettacolare. Danza come forma di dialogo, spazio sociale di condivisione, strumento di contestazione sociopolitica, canale “terapeutico” per il giovamento fisico ed emotivo. Anna Halprin, con i suoi riccioli ribelli, lo sguardo cristallino e il sorriso accogliente è stata, e resterà, il ritratto della danza profondamente integrata alla vita.

Nata nel 1920 nello Stato dell’Illinois, la singolarità del suo percorso artistico si palesò sin dalla fanciullezza. Ad accendere la vocazione per la danza non fu l’esibizione di una ballerina vista a teatro, bensì la preghiera estatica del nonno Nathan in sinagoga. Dopo aver preferito la libertà di movimento dello stile di Isadora Duncan al rigido accademismo del balletto, si perfezionò con i pilastri della modern dance, Martha Graham e Doris Humphrey. Ancora più importante l’incontro all’Università del Wisconsin con Margaret H’Doubler, pioniera della danza educativa che esercitò una profonda influenza sul pensiero artistico della Halprin, indirizzandola all’improvvisazione, allo studio anatomico del movimento e soprattutto all’idea che diventò alla base della sua poetica: una danza per tutti e non per pochi eletti.

Dopo una breve esperienza professionale nella Humphrey-Weidman Company, Anna Halprin capì che la danza moderna limitava la sua libertà d’espressione, tanto da sentirsi una “imitazione” della visione estetica dei coreografi. Decise così di intraprendere un proprio percorso autoriale nel tentativo di riesaminare il significato della danza e riportando al centro l’individualità del danzatore. Trasferitasi in California, nel 1955 fondò il San Francisco Dancers’ Workshop, un gruppo multidisciplinare la cui sede, progettata dal marito architetto Lawrence Halprin, fu il dance deck, un palcoscenico di legno a cielo aperto e sospeso tra gli alberi, vicino alla propria abitazione ai piedi del Monte Tamalpais. In questa suggestiva cornice, frequentata da Merce Cunningham, dai futuri danzatori della post-modern dance come Trisha Brown, Yvonne Rainer e da celebri compositori come John Cage e La Monte Young, sperimentò un metodo di lavoro finalizzato all’individuazione di nuove possibilità performative e incentrato su una profonda relazione con la natura. Muoversi tra gli alberi, percepire le impressioni scaturite dall’ambiente e rielaborarle attraverso il movimento per scoprire la natura in se stessi.

Dance deck.

Dagli anni Sessanta Anna Halprin trasformò la danza in uno spazio sociale di partecipazione e condivisione. In linea con il senso comunitario della controcultura americana, il suo lavoro presentò sia una forte dimensione sociopolitica, volta a denunciare le disuguaglianze razziali (esemplare Ceremony of Us, 1969), sia una forte accezione democratica e inclusiva, collocando le performance negli spazi urbani con l’intento di reinserire l’arte nella società e di riunire le comunità aiutandole nella gestione delle tensioni sociali. In quest’ottica, che abolì la distinzione tra artista e spettatore, il pubblico non era più un fruitore contemplativo ma un protagonista attivo della performance. La danza era diventata una forma di esperienza accessibile a tutti.

L’integrazione tra la danza e la vita raggiunse il suo apice nel 1972, anno in cui le fu diagnosticato un tumore. Organizzò dei workshop nei quali il movimento assunse un potere terapeutico, capace di rilasciare le emozioni negative accumulate nel corso della malattia. Danzare il dolore, la disperazione, la paura e la rabbia fu il motore dei Moving Towards Life per le persone che sfidavano il cancro e dei Positive Motion e Women with Wings per gli uomini e le donne che lottavano contro l’AIDS. L’interesse per la danza come arte per la guarigione la spinse poi a creare dei rituali al confine tra arte e terapia, quali Circle the EarthThe Planetary Dance, deputati alla promozione della pace tra le persone e con la Terra. Nel 1978 fondò anche il Tamalpa Institute, centro in cui la terapia riabilitativa è affiancata da tecniche somatiche, lezioni di danza ed elaborazioni del proprio vissuto attraverso autoritratti e disegni.

Anna Halprin è stata un’artista unica: non la classica coreografa che si erge al di sopra dei danzatori riservandosi la direzione dell’opera, ma una guida che indirizza e supporta la crescita artistica e personale. La sua danza, affrontando questioni sociali e politiche, è stata portavoce di istanze collettive; favorendo la guarigione fisica ed emotiva, ha offerto un percorso di rinascita; connettendo gli uomini all’ambiente, è stata espressione di un sentimento panico della natura; dando voce ai segmenti più fragili della società come i malati, gli anziani e le persone soggette a discriminazioni razziali, è stata una forma di condivisione, un atto di solidarietà e uno strumento di contestazione. La danza di Anna Halprin è la vita che entra nell’arte e l’arte che ritorna alla vita.

Silvia Mozzachiodi