La danza nella Divina Commedia

Sandro Botticelli, Dante Alighieri, tempera su tela, 1495, collezione privata

Oggi è il Dantedì, giornata nazionale istituita dal Ministero dei Beni Culturali e dedicata al sommo poeta fiorentino, padre della lingua italiana, del quale ricorre il settimo centenario della morte. L’anniversario sarà celebrato nell’arco dell’intero anno con un profluvio di eventi, non solo in Italia. In settimana, infatti, la Royal Opera House ha annunciato che la stagione ballettistica 2021/22 includerà una nuova produzione: The Dante Project del coreografo britannico Wayne McGregor, da quest’anno anche direttore artistico della Biennale Danza di Venezia.

Adattare in chiave coreografica la Divina Commedia è un’operazione sicuramente complessa ma non così estranea al capolavoro dantesco, contraddistinto da uno stretto legame tra l’arte della parola e l’arte del movimento. Nelle tre Cantiche la danza ricorre con frequenza come lo strumento privilegiato per descrivere i moti dei protagonisti, diventando un’immagine poetica, la visibile manifestazione di ciò che è invisibile, l’anima.

Ripercorriamo alcune immagini danzanti della Divina Commedia per scoprire le varie sfumature attribuite da Dante alla danza: espressione della punizione nell’Inferno, disciplina della redenzione nel Purgatorio e manifestazione della gioia per la prossimità divina nel Paradiso.

Inferno

Nell’oscurità dell’Inferno Dante, ricorrendo alla legge del contrappasso che implica pene strettamente correlate ai peccati compiuti in vita, inventa per ogni singola scena dell’Inferno delle punizioni simboliche e spaventosamente immaginifiche. I riferimenti alla danza servono a connotare figurativamente la pena o l’articolazione straziante del dolore. Nel Canto VII si trova un esplicito riferimento alla danza. Dante è nel quarto girone dove hanno sede gli avari e i prodighi:

Come fa l’onda là sovra Cariddi,

che si frange con quella in cui s’intoppa,

così convien che qui la gente riddi.

If VII, 22-24

Il verbo riddi si riferisce alla ridda, un ballo antico danzato in cerchio. L’immagine grottesca del vorticoso ballo circolare dei dannati è chiarita nelle terzine seguenti dove è descritta la pena degli avari e dei prodighi, costretti a spingere con fatica dei grossi macigni. Essi sono divisi in due schiere che procedono circolarmente in senso opposto: gli avari nel semicerchio di sinistra e i prodighi in quello di destra. Giunti alla fine del proprio semicerchio, i peccatori si urtano, si scambiano rimproveri ricordandosi reciprocamente i propri vizi e tornano indietro ripetendo senza fine questa giostra infernale.

Un riferimento ancora più emblematico si trova nel Canto XIV, dove il poeta incontra dannati che giacciono in modo diverso in un deserto flagellato da una pioggia di fuoco: i violenti contro Dio (i bestemmiatori) sono sdraiati supini sulla sabbia infuocata; i violenti contro l’arte (gli usurai) siedono rannicchiati; i violenti contro la natura (i sodomiti) vagano in piedi senza tregua.

Sanza riposo mai era la tresca

de le misere mani, or quindi or quinci

escotendo da sé l’arsura fresca.

If XIV, 40-42

La tresca era un ballo “saltereccio”, particolarmente movimentato e contraddistinto da un vivace movimento delle mani. La danza è qui usata metaforicamente per rendere visibile il frenetico movimento delle mani dei dannati che tentano continuamente di scacciare la pioggia di fuoco.

Purgatorio

Il Purgatorio, anticamera del Paradiso riservata a quelle anime che possono ottenere la redenzione attraverso l’espiazione dei peccati, è speculare all’Inferno nella forma, in quanto alla profonda cavità infernale corrisponde il monte a forma di cono del Purgatorio, ma anche nella successione dei peccati. Se alla progressiva discesa verso Lucifero i peccati diventano sempre più abominevoli, la salita verso il cielo comporta peccati via via più lievi. Data questa antitesi, anche la danza non può che connotarsi in maniera totalmente differente.

Il primo richiamo alla danza avviene nella cornice dei superbi che si purificano dal loro peccato portando sulle spalle degli enormi macigni che li costringono a tenere bassa la testa, laddove in vita la tennero troppo alta. L’attenzione di Dante è catturata da alcuni bassorilievi in marmo bianco che decorano la parete del monte e che illustrano esempi di umiltà. Uno di questi presenta un’immagine danzante:

Lì precedeva al benedetto vaso,

trescando alzato, l’umile salmista,

e più e men che re era in quel caso.

Pg X, 64-66

L’umile salmista è il re David, scolpito nell’atto di danzare con la veste alzata davanti all’Arca dell’Alleanza mentre la moglie Micol assiste indignata. Il verbo trescando indica un ballo contadinesco poc’anzi citato nel girone dei violenti contro Dio ma con una funzione completamente diversa. Mentre nell’Inferno la tresca enfatizza a livello espressivo l’affannato gesto dei dannati contro la pioggia infuocata, nel Purgatorio evidenzia il gesto di grande umiltà da parte di un re nel muoversi in maniera popolare.

Giunto nel Paradiso terrestre, “nella divina foresta spessa e viva”, i riferimenti alla danza si intensificano attraverso delle figure femminili che incedono danzando. Matelda, una giovane donna che prefigura l’incontro con Beatrice, è bellissima nell’aspetto ma anche nei gesti, così soavi e armonici da essere tratteggiati come una danza:

Come si volge, con le piante strette

a terra e intra sé, donna che balli,

e piede innanzi piede a pena mette,

volsesi in su i vermigli e in su i gialli

fioretti verso me, non altrimenti

che vergine che li occhi onesti avvalli.

Pg. XXVIII, 52-57

Le altre figure femminili che avanzano a passo di danza sono le tre Virtù teologali, connotate dai loro colori tradizionali, ossia il rosso per la carità, il verde per la speranza e il bianco per la fede (Pg. XXIX, 121–129), e le quattro Virtù cardinali, vestite di rosso cupo, che sono la prudenza, la fortezza, la giustizia e la temperanza (Pg. XXIX, 130–132).

Paradiso

Nell’eterna beatitudine del Paradiso la danza, depurata e sublimata, diventa l’immagine poetica dell’elevazione spirituale, l’espressione dell’amore divino e della gioia mistica. La prima terzina del Canto VII inizia con Giustiniano che nel cielo di Mercurio intona un solenne inno di lode a Dio, l’Osanna, la cui musicalità introduce la leggerezza e il ritmo della danza degli altri spiriti (Pd. VII, 4-9).

Nel Cielo del Sole danzano gli spiriti sapienti (Pd X) che formano un cerchio e cantano dolcemente compiendo tre giri intorno a Dante e a Beatrice. Sospesi il canto e la danza, inizia a parlare l’anima di Tommaso d’Aquino che presenta gli altri undici sapienti. Terminata la presentazione, essi riprendono la loro danza circolare, paragonata da Dante agli ingranaggi di un orologio meccanico. Questo concetto è ripreso nel Canto XXIV:

Così Beatrice; e quelle anime liete

si fero spere sopra fissi poli,

fiammando, a volte, a guisa di comete.

E come cerchi in tempra d’orïuoli

si giran sì, che ‘l primo a chi pon mente

quïeto pare, e l’ultimo che voli;

così quelle carole, differente-

mente danzando, de la sua ricchezza

mi facieno stimar, veloci e lente.

Pd XXIV, 10-18

Qui Beatrice rivolge una preghiera agli Apostoli affinché consentano a Dante di partecipare a quella sapienza divina a cui essi sono sempre ammessi. I beati rispondono alla richiesta formando luminosi cerchi danzanti espressi con il sostantivo plurale carole, un ballo antico che veniva danzato in cerchio. Questa figura geometrica ritorna costantemente nelle danze del Paradiso esprimendo il concetto armonico di perfezione e di unità attraverso l’equidistanza di tutti i punti della circonferenza dal centro.

Nel Paradiso le celestiali immagini della danza permettono a Dante di riscattare il senso del movimento come riflesso della perfezione geometrica e dell’armonia dell’Universo. Il poeta libera così la danza dal giudizio negativo espresso all’epoca dalle autorità ecclesiastiche, che in varie occasioni la considerarono una pratica sconveniente, persino un’espressione di dissolutezza morale, tanto da essere regolata e censurata. Per Dante la danza rappresenta invece la metafora dell’armonico ritmo dell’Universo.

Silvia Mozzachiodi